Il desiderio e la società dei consumi

consumismo

La Società dei consumi

Il desiderio è diventato l’elemento dominante nella società odierna, poiché è la base su cui si fonda l’economia e il funzionamento del sistema. In ogni momento della nostra vita qualcuno o qualcosa ci rivolge un invito ad acquistare, magari quello che in quel momento ci permette di sentirci come gli altri o meglio degli altri, al di fuori della massa.

La pubblicità mette al centro della sua comunicazione il desiderio di essere, non di avere. Possedere qualcosa che non serve e che è destinata allo scarto, non è più una motivazione all’acquisto.

I pubblicitari si impegnano nel presentare qualcosa che porti con sé la promessa di una felicità immediata. Dalle pubblicità tende a scomparire il prodotto in quanto tale, per lasciare il posto a sensazioni di felicità e di appagamento.

L’ideologia consumistica permea non solo l’etere, internet e gli spazi pubblicitari, ma anche le nostre menti, spingendo ogni individuo a rimpiazzare il proprio desiderio con la necessità di vivere l’esperienza dell’acquisto fino in fondo, infinite volte, per riuscire a colmare quelle mancanze di significato della propria vita. E queste mancanze di significato dovrebbero essere riempite dall’oggetto acquistato.

Come risultato, l’individuo acquista per godere della fantastica esperienza promessa dall’oggetto, ma questo piacere non arriva o al massimo è temporaneo: perciò continua a comprare, poiché la posta in gioco è la sua felicità, la sua identità. Sa benissimo che tutto questo non darà dei risultati, ma continua a farlo.

La crescita economica continua, e non la semplice stabilità del prodotto interno lordo, è condizione economica necessaria per il buon funzionamento della nostra società. Come un aereo che non sta in aria se non si muove, l’economia in cui viviamo crolla se non accelera e quindi il desiderio di consumare e acquisire sempre di più diventa essenziale. Questo desiderio non riguarda tanto la soddisfazione dei bisogni di ciò che manca ai più poveri, ma si concentra soprattutto sull’aumento dei consumi da parte di coloro che già hanno molto.

La società e la pubblicità

“La pubblicità ha il compito di indurre la gente a comperare delle cose di cui non ha bisogno, con denaro che non ha, per impressionare altre persone che non conosce.” (Danilo Arlenghi)

Il consumismo
È sprecare la vita lavorando
per comprare cose inefficienti,
inessenziali, inutili,
se non addirittura dannose,
o ancor peggio
appositamente concepite
da menti contorte
per guastarsi
ed essere gettate,
in modo da tornare
nuovamente a lavorare,
per ri-produrre
e ri-comprare
le stesse identiche cose
che avevamo già,
distruggendo la natura
e riducendo in schiavitù
l’intera umanità.
(Mirco Mariucci)

Il desiderio al tempo della società dei consumi

Il desiderio, o meglio l’aumento progressivo dei desideri diffusi nella società, domina i nostri costumi e le nostre abitudini. Soprattutto nella seconda metà del novecento, il desiderio di miglioramento e progresso individuale e sociale ha destabilizzato e ingigantito l’Europa. Questo desiderio di crescita è stato sfruttato dalla politica, che ha il compito di gestirlo e di gestire i sogni e le utopie legate alla crescita economica. L’industria della pubblicità e del cinema è stata creata per soddisfare questo desiderio, e la società dei consumi si è rafforzata.



Il desiderio ha questa caratteristica anche nichilistica di portarci da un oggetto all’altro senza che nessun oggetto sia in grado di soddisfare la nostra vita, perché nel mito ipermoderno del nuovo noi verifichiamo che l’insoddisfazione è sempre la stessa. Il nuovo oggetto ci illude di darci la soddisfazione e noi verifichiamo che cambiando gli oggetti permanentemente, perennemente, abbiamo sempre la stessa insoddisfazione.
La grande illusione del nostro tempo è che sono gli oggetti che danno la felicità. Hai un partner con cui non va? Cambia partner! C’è uno psicoterapeuta con cui non va? Cambialo! C’è una scuola che non va? Cambia scuola! Siamo in un tempo in cui sembra che la felicità dipenda dall’oggetto e che cambiando l’oggetto si possa essere felici. La clinica della psicanalisi insegna il contrario, cioè che in questi cambiamenti di oggetto c’è la stessa infelicità. Piuttosto si tratta di cambiare il rapporto del soggetto con il suo desiderio: questo cerchiamo di fare nel nostro lavoro clinico.

Massimo Recalcati

Uno dei grandi errori del tempo in cui viviamo è pensare che soddisfare i nostri desideri significhi “fare ciò che si vuole”, appagando qualsiasi capriccio. L’insoddisfazione è sempre la stessa. Il nuovo oggetto ci illude di darci la soddisfazione e noi verifichiamo che cambiando gli oggetti, capriccio dopo capriccio, permanentemente, perennemente, abbiamo sempre la stessa insoddisfazione.

Nel post Come nascono i nostri desideri avevamo scritto:

Il concetto di “desiderio” rimanda ad una grande contraddizione:

  1. Il desiderio mi rende vivo, e mi caratterizza: è mio proprio
  2. Non sono il padrone dei miei desideri, i desideri non sono l’esito di una mia decisione.

In un certo senso, i desideri hanno vita propria. Si affacciano alla mente, senza invito e senza annuncio, sorti apparentemente dal nulla. In molti casi, noi non scegliamo i nostri desideri, ma li scopriamo in noi (William Irvine)

Non governiamo i nostri desideri, sono loro che ci governano: ci rendono vivi, ma incrinano la nostra padronanza sul nostro io. Derivano da una nostra mancanza: per questo comportano una certa quota di angoscia, di inquietudine: sono il contrario della quiete.

Questa è una contraddizione fondamentale: noi abbiamo a che fare con i nostri desideri, ne siamo responsabili, ma non siamo in grado di governarli, non ne siamo padroni.



Questo è il punto più difficile da toccare: come si può essere responsabili di qualcosa che ci oltrepassa? Come si può essere responsabili senza essere padroni? La psicanalisi ci porta a cogliere una responsabilità senza padronanza. Noi siamo abituati a pensare la responsabilità come esercizio della padronanza, anche in Platone si pensi all’immagine del cavaliere sul cavallo. Invece la psicanalisi ci dice che dove c’è illusione di padronanza c’è malattia mentale. La vera malattia mentale non è l’indebolimento dell’io ma è il rafforzamento dell’io, il rafforzamento dell’illusione di padronanza.

massimo Recalcati



All’uomo piace credere di essere padrone della propria anima. Ma nella misura in cui egli si dimostra incapace di controllare i propri stati d’animo e le proprie emozioni, o di prendere coscienza degli infiniti modi segreti in cui i fattori inconsci arrivano a insinuarsi nei suoi propositi e nelle sue decisioni, egli non è affatto padrone di se stesso.

vito mancuso

Il desiderio allora si manifesta fondamentalmente come una vocazione, una spinta, un orientamento fondamentale e singolare di una vita (vedi il post “Missione e vocazione: il significato della propria vita“): ciascuna vita è animata da una vocazione fondamentale.

E’ impossibile avere tutto, impossibile essere tutto, impossibile sapere tutto, impossibile godere di tutto. Così si incontra l’ostacolo dell’impossibile, ma l’esperienza di questo impossibile genera la possibilità del desiderio. Il desiderio, a differenza del capriccio, esiste solo dove c’è esperienza dell’impossibile; se tutto è possibile non c’è desiderio, se tutto è possibile c’è il caos.



È nella misura in cui la vita fa esperienza del limite, dell’impossibile, che diventa possibile generare il desiderio. Questo si vede bene nei bambini: essi, infatti, possono accedere al gioco, che loro prendono molto sul serio – per un bambino giocare è un’esperienza seria -, solo se si introducono delle regole. I bambini piccoli ci mettono di più a raccontarsi le regole del gioco che giocare; per tre quarti del tempo definiscono le regole, il gioco prende una piccolissima parte di tempo.
E’ essenziale l’istituzione del limite che contorna un campo di calcio, uno spazio di gioco: senza il limite non esiste il gioco del desiderio, che si produce a partire dall’esperienza dell’impossibile.
Al tempo stesso il desiderio diventa una nuova forma della legge. Non è capriccio, perché il desiderio esige costanza, impegno, determinazione.

Massimo Recalcati



C’è depressione, la vita si deprime quando si allontana dalla vocazione del desiderio; la depressione accompagna questo tradimento di sé.

massimo recalcati



Secondo le maggiori tradizioni sapienziali dell’umanità la proliferazione del desiderio caratterizza le persone instabili e immature in balia di sempre nuovi e imprevedibili desideri mentre il saggio ne ha pochi o nessuno.
Il desiderio è ambiguo, la sua presenza è necessaria alla vita ma può anche avvelenarla.
Leopardi, scriveva nel suo Zibaldone: «La vita è finita quando l’amor proprio ha perduto il suo ressor»,termine francese che significa «molla» e in senso traslato «energia». Qualche giorno dopo proseguiva: «La speranza è una passione, un modo di essere, così inerente e inseparabile dal sentimento della vita, cioè dalla vita propriamente detta, come il pensiero, e come l’amor di sé stesso, e il desiderio del proprio bene. Io vivo, dunque io spero, è un sillogismo giustissimo». Noi potremmo dire: io vivo, dunque io desidero, è un sillogismo giustissimo. Non si può vivere senza desiderare, ma si può, anzi si deve vivere, orientando il desiderio. Il desiderio orientato e innalzato si chiama aspirazione.

Vito Mancuso

Firma Maria e Fabrizio

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