fiducia

Un sociologo contemporaneo, Norbert Elias, ha osservato che esistono tre modi per conoscere la realtà, tre forme principali di apprendimento.

  1. Si può conoscere per esperienza diretta, cioè quando siamo testimoni di un fenomeno o di un evento e ci interroghiamo su ciò che sta accadendo. Quindi conosciamo un fenomeno o un evento vedendolo e partecipandovi direttamente. La conoscenza immediata nel mondo della vita quotidiana, ma anche la conoscenza scientifica – attraverso l’osservazione sperimentale o la ricerca sul campo – costituiscono modalità di questa prima forma di conoscenza e di apprendimento.
  2. Si può anche conoscere e apprendere attraverso l’osservazione e l’imitazione del comportamento di un altro. Ciò accade, ad esempio, nel caso delle competenze pratiche: per tanto tempo l’apprendimento di un mestiere è avvenuto attraverso questa modalità, e ciò vale, per molti aspetti, ancora oggi. Si può imparare vedendo un altro in azione, in PNL diremmo “per modellamento”. Anche l’apprendimento dei valori avviene originariamente attraverso l’osservazione e l’imitazione di altri, soprattutto in ambito familiare.
  3. Si può infine conoscere e apprendere attraverso simboli, cioè attraverso un racconto, una descrizione della realtà da parte di un altro che si serve di una qualche forma di linguaggio: il linguaggio verbale o scritto, il linguaggio matematico o delle immagini visive. Gran parte della nostra conoscenza si forma oggi in questo modo: attraverso la testimonianza o il racconto, cioè attraverso la mediazione di un altro.

Da tutto ciò emerge che gran parte della nostra rappresentazione del mondo, ma anche del nostro io, coinvolge la presenza di un’altra persona; passa attraverso la presenza e l’azione di un altro che io guardo, ascolto, da cui imparo.

Necessariamente, la conoscenza implica sempre la nostra esperienza e il nostro giudizio. E questa esperienza e questo giudizio sono sollecitati e stimolati dalla presenza, dalle parole, dai gesti, dai comportamenti di altri, soprattutto da coloro che sono figure rilevanti nella nostra vita, con cui ci confrontiamo spesso interiormente, anche in loro assenza.

Anche nella conoscenza per esperienza diretta noi non ci avviciniamo ai fenomeni come se fossimo delle tabulae rasae, ma ci avviciniamo sempre con una pre-comprensione, un’ipotesi, un’idea di quel fenomeno che ricaviamo dalla nostra precedente esperienza del mondo che gli incontri con gli altri, soprattutto gli altri importanti, hanno preparato.

Se la nostra rappresentazione della realtà presuppone sempre la presenza di altri, direttamente o indirettamente, allora il tema della credibilità e della fiducia è assolutamente centrale. L’affidabilità del comunicatore, della persona che parla o agisce, e la fiducia del destinatario, dell’osservatore, dell’ascoltatore o del discente sono la pietra angolare di tutte le relazioni cognitive e comunicative.

La credibilità è una relazione

Che cosa è la credibilità? Chi è credibile? A questa domanda sarebbe facile rispondere: «è credibile chi è onesto, coerente, sincero, affidabile». Aristotele diceva che crediamo più facilmente alle persone oneste, soprattutto nelle questioni che non comportano certezza, ma opinabilità. La credibilità è considerata dunque una qualità personale, una caratteristica morale della persona.

A ben guardare, però, la credibilità non è solo una caratteristica personale: è qualcosa che viene riconosciuto dagli altri. E’ una relazione, un rapporto, sebbene chiaramente non sia estraneo alle qualità personali che ne costituiscono il fondamento. Noi diciamo infatti: «io ti riconosco credibile, io ti credo, io ti do la mia fiducia». Spesso chi è credibile per qualcuno non lo è per altri, o perlomeno non nello stesso modo, nella stessa misura e per le stesse ragioni. La credibilità e la fiducia “succedono” sempre nella relazione. È sempre una sfida e una scommessa. Certo la credibilità si basa sulla reputazione acquisita, consolidata nel tempo attraverso molte conferme, ma essa deve essere ricostruita e riconquistata ogni volta.

C’è anche un altro aspetto che va evidenziato. In ogni relazione comunicativa, le persone si attribuiscono reciprocamente più o meno credibilità. Tuttavia, attribuire all’altro una qualche credibilità costituisce l’accordo portante su cui si regge ogni relazione comunicativa e, in fin dei conti, ogni relazione umana.

Noi anticipiamo sempre all’altro una qualche forma di credibilità e di fiducia. Anche l’incomprensione, il fraintendimento o l’inganno sono necessariamente preceduti da una anticipazione di credibilità, di fiducia, cioè dal presupposto della sensatezza e della verità di ciò che l’altro afferma. In ogni rapporto con un altro c’è dunque una apertura di credito. Altrimenti non ci rivolgeremmo nemmeno all’altro, non lo guarderemmo nemmeno, non inizieremmo neanche a parlare con lui.

La fiducia alla base della comunicazione

Ciò che si afferma non è tutto ciò che si pensa, ma solo quella parte ammessa dalle convenzioni sociali e compatibile con la situazione relazionale e la convenienza personale.
Questo genere di selezione varia a seconda degli individui (esistono persone particolarmente riservate e prudenti, altre particolarmente aperte e spontanee), e delle circostanze.

Ma cosa accade quando si evita di esprimere un pensiero al proprio interlocutore o quando si dice qualcosa di diverso da ciò che in realtà si ha in mente?
Se il pensiero riguarda proprio il nostro interlocutore o la nostra relazione con lui, è possibile che intuisca che stiamo nascondendo qualcosa, o che stiamo falsificando il nostro pensiero.


Il fatto che l’altro intuisca la presenza di un pensiero non espresso o falsificato, mina il patto di fiducia implicito che accompagna qualsiasi scambio comunicativo riuscito.


All’inizio di un interazioni possono essere seguite due diverse modalità:

  • Ciascuno rende esplicito e manifesto tutto ciò che pensa rispetto all’altro e all’oggetto della comunicazione
  • Viene manifestata solo una parte dei propri pensieri e/o non tutti i pensieri manifestati sono autentici

Se si segue la prima modalità, la comunicazione fluisce, apre ulteriori possibilità di scambio e rafforza il patto di fiducia su cui si basa la comunicazione costruttiva.
Se prende corpo la seconda modalità inizia a venir meno la fiducia reciproca e gli interlocutori sono indotti a difendersi o a chiudersi sempre più, fino a scadere in uno scambio formale e stereotipato.

Sulla base di che cosa accordiamo credibilità ai nostri interlocutori?

In base a che cosa riconosciamo qualcuno come credibile? Quali sono le origini della credibilità, le ragioni per cui uno può dire ad un altro: «sì io ti riconosco credibile, ti ascolto, ti do la mia fiducia, ti seguo»? Esistono essenzialmente tre grandi origini della credibilità.

La prima è costituita dalla conoscenza e dalla competenza. È la credibilità di cui gode «colui che sa», che dispone di un sapere affidabile. Le due forme principali di questa primo tipo di credibilità sono la credibilità del testimone in buona fede e la credibilità dell’esperto. Nella società moderna la figura per eccellenza di esperto è quella dello scienziato, cioè di colui che vanta e «produce» una conoscenza metodologicamente fondata, ma la credibilità basata sulla conoscenza/competenza è anche quella dell’insegnante come esperto di una determinata disciplina o del medico in quanto capace di curare secondo i dettami della scienza medica. In sintesi, è la credibilità della persona che «sa quel che dice» e assume la responsabilità di ciò che dice.

La seconda origine della credibilità è la coerenza tra i valori che si affermano e la concreta condotta di vita. Essa dunque non riguarda in generale le concezioni di ciò che è buono, giusto, e desiderabile, ma come tali valori diventano principio e criterio del comportamento. In questo senso sono ritenuti più credibili quelle persone che incarnano i valori che professano, anche quando ciò implica dei «costi» in termini di successo o approvazione sociale.

La terza origine della credibilità è costituita dall’attaccamento e dall’affettività. È quella forma di credibilità per cui diciamo: «ti credo, mi fido di te perché ti voglio bene (e penso che anche tu mi voglia bene)». È la credibilità che si basa sulla percezione di un legame positivo e che è fonte di benessere, come accade, ad esempio, nel rapporto tra la madre e il figlio, soprattutto nei primi anni di vita.

Senza dubbio, la madre dispone di conoscenze e competenze che il bambino riconosce e segue (la prima origine); rappresenta e incarna quei valori, cioè quei modi di essere e di agire che spingono il bambino all’imitazione (la seconda origine), ma è essenzialmente l’attaccamento, l’affetto profondo del bambino per la madre che lo spinge a credere in lei, ad avere fiducia in lei. A questa stessa radice fa riferimento anche il rapporto di amicizia e, in generale, il fatto che tendiamo a ritenere più credibile le persone che ci piacciono, verso le quale avvertiamo una immediata attrazione o corrispondenza, rispetto a chi non ci piace e verso il quale nutriamo sentimenti negativi.

Firma Maria e Fabrizio

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