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Né vincenti né perdenti

Qualcuno si è preso la briga di contare il numero di volte in cui, durante la campagna elettorale, il neo Presidente degli USA ha utilizzato termini negativi assegnati ad avversari politici.

I termini più utilizzati sono “dummy” (scemo, idiota), “terrible” (terribile, orrendo), “stupid” (stupido), “weak” (debole, fiacco), ma il più utilizzato in assoluto è “loser” (perdente).

Vincente e perdente sono termini che Trump usa ossessivamente. Quest’abitudine è un’espressione di quella che Psicology Today  definisce l’ossessione della cultura americana  di definire successo e felicità in termini di vincenti e perdenti.

Si tratta di un atteggiamento che permea qualsiasi ambito, dallo sport alla politica agli affari, e procura più danni che vantaggi.

Questo atteggiamento ha influenzato anche programmi di formazione, di crescita personale, di PNL, e siamo bombardati da pubblicità di libri e di corsi, di derivazione USA, che promettono di trasformarci in venditori vincenti, manager vincenti, leader vincenti eccetera.

Vincente-Perdente è un rozzo criterio di giudizio tipico del pensiero dicotomico, polarizzante, che schematizza e semplifica, dividendo il mondo in bianco e nero,  in amici e nemici, o in perdenti e vincenti, senza sfumature.

Nel descrivere il pensiero di Leonardo da Vinci e la sua capacità di abbracciare la complessità, avevamo scritto:

“Lo sfumato è il contrario del pensiero dicotomico, che vede tutto bianco o tutto nero, in una perenne ricerca di certezze, che impedisce un’adeguata rappresentazione delle realtà complesse.

gradazioni di grigio

Quando generalizziamo e descriviamo, ad esempio, un problema in termini assoluti (bianco o nero) perdiamo tutte le sfumature che creano la particolare e unica fisionomia di quel problema, quella che potrebbe far intravvedere una soluzione”.

Il pensiero dicotomico è un pensiero sbrigativo e inadeguato a destreggiarsi nella complessità del presente. Ma è anche facile da comprendere, rassicurante e consolatorio, eccessivamente semplificatorio, specie se si inserisce se stessi dalla parte buona.

Le parole non solo descrivono la nostra esperienza, ma le attribuiscono un significato, ad esempio portando in primo piano certi aspetti e lasciandone altri sullo sfondo. Le parole che usiamo per descrivere la nostra esperienza contribuiscono a crearla.

Nello specifico, contribuiscono a creare un mondo in cui le persone perdono il piacere di assaporare le piccole cose e si esaltano solo per i risultati eccellenti, in cui si perde il piacere di mettersi alla prova, e il senso stesso della competizione. Si è disposti  a vincere anche con l’inganno, e si trasforma ogni sconfitta in un evento traumatico.

Sentendo esclamare: “quello è un vincente!” ho provato un forte disagio: come se occorresse sempre vincere nella vita per essere stimati (Enzo Bianchi)


Il binomio vincente – perdente è espressione di una visione del mondo impostata sulla competizione. Noi pensiamo che i problemi del mondo di oggi verranno affrontati più efficacemente con un modo di pensare caratterizzato da cooperazione, a proposito della quale lasciamo la parola ad Alex Zanardi:
alex.zanardi

Raggiungere un obiettivo non comporta raggiungere necessariamente la felicità. È il contrario, credo. Bisogna averla dentro in partenza questa felicità, per provare a raggiungere un obiettivo. A quel punto, la fatica, l’impegno, restituiscono sempre qualcosa di prezioso. Non importa se vinci o perdi. Importa impegnarsi per provare. Per me di sicuro. Ma credo sia lo stesso per gli altri. Dare tutto, mettersi in discussione, cercare un limite. Sono termini che appartengono allo sport, che fanno dello sport un universo bellissimo. Ma hanno a che fare con la vita, con una quantità di contesti diversi. (Alex Zanardi)

Penso che sia necessario educare le nuove generazioni al valore della sconfitta. Alla sua gestione.
All’umanità che ne scaturisce.
A costruire un’identità capace di avvertire una comunanza di destino, dove si può fallire e ricominciare senza che il valore e la dignità ne siano intaccati.
A non divenire uno sgomitatore sociale, a non passare sul corpo degli altri per arrivare primo.
In questo mondo di vincitori volgari e disonesti, di prevaricatori falsi e opportunisti, della gente che conta, che occupa il potere, che scippa il presente, figuriamoci il futuro, a tutti i nevrotici del successo, dell’apparire, del diventare….
A questa antropologia del vincente preferisco di gran lunga chi perde.
E’ un esercizio che mi riesce bene.
E mi riconcilia con il mio sacro poco.
(Rosaria Gasparro, citazione erroneamente attribuita a Pier Paolo Pasolini)

Maria Soldati e Fabrizio Pieroni

 

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